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Tra le tante novità che Culturandia sta regalando alla mia vita, oltre alle immense soddisfazioni nel costatarne il successo, mi sta permettendo di entrare in contatto con tante altre persone che hanno creato, come me, progetti promotori di cultura e dunque mi sta rendendo consapevole di quanto questo tema sia invece molto sentito e ci sia molta meno indifferenza di quanta se ne racconti e per chi come me è appassionato di cultura e anche del proprio Paese, è una piacevolissima scoperta.

Grazie a Culturandia sto potendo realizzare tutti i sogni che avevo custodito con amore e passione nei cassetti del mio cuore, sto facendo conoscere la mia persona, la mia mente e i miei sogni e sto avendo queste meravigliose opportunità anche grazie alla disponibilità di quanti passano dal mio blog, se ne appassionano, si appassionano alle mie tematiche e le fanno loro, tutto questo è possibile grazie alla stima che nutrono nei miei confronti e grazie a chi nell’ascoltare i miei sogni, sogna con me.

Questa pagina la dedico a tutti i meravigliosi progetti ed alle stimolanti collaborazioni che associazioni culturali e appassionati di cultura hanno intrapreso con Culturandia, buona lettura!

Festival note solidali

Ieri, 26 ottobre 2017, si è tenuto, presso la Chiesa di San Marco a Japigia (BA), il 1° concerto della seconda edizione del Festival note soldali, un’iniziativa organizzata dall’associazione Misurecomposte.

All’evento hanno presenziato come sponsor dello stesso le associazioni territoriali no-profit SFERO Onlus con l’ausilio di Culturandia ed Emergency.

L’associazione SFERO Onlus, a tutti coloro che sono intervenuti e che hanno volontariamente contribuito alla raccolta dei fondi destinati alle opere di solidarietà, ha ricambiato offrendo loro un presepe ispirato al proprio marchio. L’oggetto è stato realizzato da valenti artigiani pugliesi nelle varie manifatture tradizionali (fischietto di Rutigliano, ceramica di Grottaglie e trullo di Alberobello) “il faro rappresentante la natività” un’ottima idea regalo per Natale da donare a chi amiamo o per decorare le nostre case creando un’atmosfera calda ed accogliente.

Michele Policarpo responsabile dell’associazione SFERO Onlus

Natale Sferoonlus – Dona, ricevi e regala-

 La direzione artistica del concerto è a cura del M° Flavio Maddonni, docente del Conservatorio Nino Rota di Monopoli.

Ceren Hepyucel e Atahan Kaya

Ad esibirsi il Duo composto da Ceren Hepyucel (al flauto traverso) e Atahan Kaya (alla chitarra) due artisti turchi dalla raffinata bravura che, grazie anche alla suggestiva location, hanno allietato il pubblico presente con note soavi capaci di far viaggiare con la mente sino a condurre ad atmosfere passate e magiche come le danze che hanno fatto innamorare e sognare il pubblico di ogni età in “Orgoglio e pregiudizio”  il famoso film tratto dal romanzo “Pride&prejudice” di Jane Austin in cui i protagonisti, l’affascinante Mr Darcy e la determinata Elizabeth Bennet, si rincorrono, corteggiano ed infine innamorano irrimediabilmente.

Mr Darcy ed Elizabeth Bennet in “Orgoglio e pregiudizio”

Bastava chiudere gli occhi per sentirsi come in una di quelle romantiche e passionali scene, per immaginarsi protagonisti di quelle danze fino al punto di avere difficoltà a rimanere seduti sentendosi trasportati da quelle note.

I musicisti hanno magistralmente trasmesso il potere che la musica ha quando eseguita con grande passione.

Atahan Kaya nel suo assolo

Altro momento importante è stato l’assolo svolto dal chitarrista, un brano brasiliano su proprio arrangiamento, insieme al viaggio in cui ci hanno condotto nelle danze popolari turche, permettendoci di conoscere la loro cultura attraverso il linguaggio più universale che esista, la musica.

Il Festival note solidali prevede ancora tre concerti, per un totale di quattro serate, il prossimo si terrà venerdì 17 novembre presso l’auditorium “Scuola dei fiori” (viale Cotugno, 4) alle ore 20:30.

Il mio invito è di non perdervi questa magnifica esperienza.

Ospiti del prossimo concerto sarà ancora l’associazione no-profit SFERO Onlus (e Culturandia) e la Fondazione Alzheimer Gianni Perilli.

Insieme è possibile – Evento Social Party

Sabato 25 febbraio 2017 si è svolto l’evento Social Party organizzato dall’associazione  SFERO Onlus presso Borgo Regina Sporting Club (Torre a Mare\Noicattaro).     

Scatto di Davide Liberti che ringrazio

Obiettivo dell’evento era riunire i soci e i non soci in una serata all’insegna della convivialità, del divertimento e della beneficenza in favore del al progetto “Casa delle bambine e dei bambini” una struttura unica nel suo genere in Italia, aperta a Bari a gennaio, un centro polifunzionale per i bambini dai tre mesi ai cinque anni e per le famiglie in difficoltà.    

Obiettivo ampiamente raggiunto dall’Associazione che, con dedizione, impegno, cura, precisione ed entusiasmo si è fortemente attivata perché ciò si realizzasse.

Novantasei  i partecipanti che hanno accolto  con entusiasmo e coinvolgimento l’invito dell’Associazione.

La serata si è svolta tra la cena, che ha permesso e favorito la convivialità, la conoscenza e la condivisione ed il divertimento, al quale ha contribuito l’apporto del Dj Giuseppe Rinaldi animando e riscaldando ulteriormente l’atmosfera rendendola ancor più gioviale e confidenziale. L’evento, che si è svolto in coincidenza del periodo carnevale scorso, è stato motivo di conferma per l’Associazione dell’entusiasmo e del coinvolgimento dei partecipanti.

A metà serata si è svolta una breve presentazione dell’Associazione e dei suoi obiettivi tramite la proiezione un video, commentato dal presidente Michele Policarpo.

A seguire la presentazione power point di Culturandia, blog di promozione e diffusione culturale a cura di Serenella Policarpo, blog partner di SFERO Onlus.  

L’esito della serata ha dimostrato come l’unione faccia la Forza e come grazie a questa si sia messa in atto della Solidarietà grazie ad una solida e precisa Organizzazione rispettando il principio dell’Etica diventando insieme un Rifugio (Solidarietà Forza Etica Rifugio Organizzazione acronimo di SFERO).

Al termine della serata sono stati distribuiti dei questionari di gradimento anonimi ad ogni invitato che anche qui hanno espresso forte gradimento e ampio desiderio che l’evento abbia nuovamente luogo.

SFERO Onlus ringrazia quanti hanno partecipato a questa grande festa rendendola possibile, donando fiducia e riscontro positivo all’Associazione e avendo contribuito ad un’azione solidale dimostrando che insieme è possibile.   

Di seguito  la mia esibizione in quanto cantante Jazz durante l’evento.

Brano eseguito: Route 66.

  

Link utili per saperne di più e rimanere in contatto con SFERO Onlus: 

Il passato è un campo di addestramento di Valeria Petruzzelli

Come spiegato in “Cos’è Culturandia?” questo sito nasce con lo scopo di promuovere e diffondere la cultura dando voce a quanti in essa ancora credono ed investono.

Questa volta a bussare alla  porta di Culturandia è stata una giovane autrice, Valeria Petruzzelli, con un sogno al quale dare voce e corpo e Culturandia di certo non poteva rimanere indifferente ed è anzi orgogliosa di farsene portavoce e promotrice.   

“L’ossessione dà una direzione, uno scopo, rende lucidi. La passione è il contrario della lucidità. Di questi contrasti vive questo romanzo che brucia di febbre, e striscia tra i generi come tra reale e fantastico, come tra l’erotico e il noir. Una vertigine ammaliante che vi trascinerà nelle sue pagine. “

Gianluca Morozzi

 

“Il passato è un campo di addestramento. Storia di Lei” è il racconto di esperienze ed emozioni estreme: un amore finito che diventa ossessione, la passione che si trasforma in eccesso, la sete di vita che si confonde con quella di vendetta. In questo libro Lei si racconta in un diario, facendo percepire quanto c’è di socialmente inaccettabile come ordinaria routine, quasi a cercare l’estremo nell’estremo. Il resoconto della sua storia d’amore con James assume spesso dimensioni irreali che confondono le coordinate della narrazione e la lucidità del racconto, lasciando il lettore privo di stabilità.

In bilico tra sonno e risveglio, Eve affronta il proprio passato ed impara a conoscere una nuova vita oltre la vita, ma non sarà facile salvarsi dalla propria ossessione.

 

 

Valeria Petruzzelli è nata a Ferrara il 22 febbraio 1990 da genitori baresi, ha vissuto per tre anni a Caivano (NA) e per quattordici anni a Casagiove (CE). Nel 2010 si è trasferita a 

Conversano (BA) e si è laureata in Scienze e tecniche psicologiche per la persona e la
comunità presso la seconda università di Napoli nel 2013. Attualmente svolge il Servizio Civile presso la cooperativa sociale Itaca e fa volontariato per un’associazione di promozione sociale, “Venti di scambio”. Ha una grande passione per la musica, per il canto in particolare, per il cinema e la fotografia e, ovviamente, per la lettura: i suoi autori preferiti sono Stefano Benni, Charles Bukowski e Valérie Tasso. Con questo romanzo ha vinto nel 2015 la prima edizione del Premio Inedito Garp Under 30.

 

Link utili per saperne di più:

E tu? Vuoi divertirti facendo del bene?

Locandina evento

L’iniziativa “Social Party” è stata organizzata dall’associazione SFERO Onlus (acronimo di Solidarietà Forza Etica Rifugio ed Organizzazione) che,  in occasione dell’evento realizzato e per adempiere alla sua funzione sociale, fra i tanti progetti, ha scelto di aderire e rispondendere all’appello del Comune, che invitava i commercianti e le realtà associative impegnate nel sociale e nel contrasto alla povertà, a donare vestiti, cibo e giochi alla “Casa delle bambine e dei bambini” , un appello in linea con il maggior principio dell’associazione ovvero porsi a tutela dei cittadini promuovendo un’economia etica prodigandosi in azioni benefiche.

Scopo dell’iniziativa è riunire soci e non con la finalità di rendere nota l’associazione ed i suoi obiettivi a quanti ancora non ne fossero a conoscenza in una serata conviviale all’insgegna del divertimento e della beneficienza. 

Una grande festa alla quale siete tutti invitati!!! (previa prenotazione)

L’evento avrà luogo presso Borgo Regina Sporting Club.

Un’occasione per divertirsi facendo del bene.  

Primo convivio Social Club & Partner

Venerdì, 3 febbraio 2017, si è svolto il primo Convivio Social Club & Partner.

Nella foto Policarpo Michele, Presidente di SFERO Onlus
Nella foto Policarpo Michele, Presidente di SFERO Onlus

All’incontro hanno attivamente partecipato i vertici della SFERO Onlus, associazione che per la Social Club rappresenta il cliente più esponente ed in quanto tale è intervenuta nella progettazione delle attività fornendo valide indicazioni e spunti. I soci della Social Club con grande stima hanno omaggiato il presidente Policarpo Michele coinvolgendolo nell’esposizione del programma.

Il presidente della SFERO Onlus, coadiuvato dalla dirigenza della Social Club, Capone Francesco, Capuano Marco e Ipsale Giuseppe, ha presentato le attività in atto e gli strumenti realizzati sia in campo informatico che organizzativo per essere utilizzati a supporto dei propri partner. Inoltre, questi ultimi, hanno avuto occasione di sottolineare le proprie aspettative e manifestare le potenzialità delle linee di intervento da parte di Social Club.

Obiettivo del convivio era quello di creare un clima di squadra fra e con i partner, obiettivo raggiunto oltre ogni vagliabile aspettativa. Tutti i partner hanno testimoniato con grande entusiasmo e trasporto l’approvazione per tutte le iniziative esposte sottolineando il successo della serata. 16463136_1634507070179051_7883250997781365461_o

Infine, al termine dell’incontro, il momento conviviale. I partner hanno avuto l’opportunità di conoscersi meglio e, grazie alla gradevole atmosfera generatasi dalla condivisione della tavola parlando amichevolmente delle prospettive della Società hanno dato corpo allo spirito di squadra atteso.

Link utili per consultare i siti:

SFERO Onlus

Social Club

torta insieme

Intervista ai clown di VIP (viviamo in positivo) Bari.

Per noi guarire non è solo prescrivere medicine e terapie, ma lavorare insieme condividendo tutto in uno spirito di gioia e cooperazione.” [Patch Adams]

Ho deciso di aprire l’intervista con questa citazione del noto dottore Patch Adams non casualmente, essendo egli famoso in quanto ideatore di questa forma di assistenza sanitaria ed esprimendo, con queste semplici parole, l’essenza dell’attività svolta dai “clown di corsia”.

Il 25 marzo 2015, ho avuto l’opportunità di intervistare alcuni di questi volontari.

Tematica a me molto a cuore da sempre e che ho avuto tutto il piacere e l’interesse di approfondire, permettendo, a quanti ne sappiano poco o nulla, di conoscere le dinamiche che si celano dietro a quei nasi rossi, le emozioni che, grazie a questo percorso provano e cosa li ha portati ad intrecciare le loro vite con questa attività.  

I volontari da me intervistati saranno citati con il loro nome da “clown”: clown Tadala (clown anziano o angelo, ovvero completamente formato), clown Smemi (in formazione da un anno circa) e clown Malinkaja (clown in formazione, corso base svolto ad ottobre).

–         Come descrivereste la clownterapia a quanti se ne vogliono approcciare, in  base a ciò che avete appreso dalla vostra esperienza? E cosa vi ha spinto ad intraprendere questo percorso?

Smemi:  sono un serie di sensazioni, di emozioni varie, che ti travolgono, provi felicità mista a stupore, ecco sì, “stupore” è l’aggettivo più idoneo per descrivere questo percorso, ogni emozione che lo caratterizza.   Io, a quanti mi potrebbero domandare della clownterapia per magari intraprendere anche loro questo percorso,  gli direi “buttati, vai!”, perché è tutto uno scoprirsi, è un percorso personale e collettivo: personale perché le sensazioni che ognuno di noi prova sono singolari e mai universali; collettivo perché non esiste un “Io” ma solo un “noi”, la fiducia fra i compagni è alla base di questo cammino ed in reparto la complicità è ciò che conta.  Gli direi di andare, di provare spogliandosi di ogni timore o pensiero e aprirsi a questo nuovo mondo. L’emozione più forte che posso esprimere è proprio quella della meraviglia, di fronte ad ogni piccolo gesto che compiamo.

Malinkaja: io sono arrivata al punto che sì, lo faccio per gli altri, perché comunque è volontariato, però lo faccio soprattutto per me stessa, perché intraprendere questo tipo di percorso, significa davvero crescere, ogni giorno che passa,ogni esperienza vissuta, ti fa cambiare il tuo punto di vista rispetto alla vita, rispetto a come la vedevi prima, crescere soprattutto, perché Vip è una famiglia, una grande famiglia, tu sei consapevole che in qualsiasi momento, qualsiasi sia il tuo problema, hai sempre qualcuno su cui poter contare, per me questo significa il percorso di clownterapia: crescita.

Il  mio scopo in questo cammino era riuscire ad essere me stessa il più possibile in tutti gli ambiti, con tutte le persone con le quali mi relazionavo: perché essere clown non significa costruire un personaggio, significa rendersi conto di quelle che sono le tue qualità e metterle in luce nel tuo personaggio clown, farle ancora più tue, questo, dunque,ti porta a conoscerti ancora meglio e ad accettarti di più.

Tadala:  essere clown significa raggiungere una libertà interiore, che puoi far uscire solo se hai solo quel naso rosso, quando lo indossi sei libero, sei una persona pronta a condividere qualsiasi cosa, in quel momento non ti fa paura niente, neanche il rifiuto degli altri, perché sai che hai la magia di quel naso, tu ritorni bambino, non hai timore di far uscire quel bimbo che è dentro ognuno di noi, il naso rosso ti permette di fare questo, anche di gioire del sorriso di un bambino che in quel momento sta soffrendo. Ti arricchisce.

Sono esperienze di arricchimento, di condivisione, di crescita, ma non solo in quanto clown, è una crescita interiore, che ti porta ad affrontare qualsiasi tipo di situazione, con sicurezza. Il naso rosso fa parte di noi ed è per questo che lo portiamo sempre insieme, se, ad esempio, al supermercato vedo un bimbo piangere, indosso il mio bel naso rosso e lui smette, cosa ho fatto? Nulla, un piccolo gesto, ma noi ci aspettiamo le piccole cose,che fanno le grandi cose. Una volta entrato in questo mondo sei libero, noi facciamo le cose più assurde ma senza vergogna, senza avere inibizioni, con la spontaneità di un bambino, quindi, secondo me, è la cosa più bella di questo mondo.  L’essere clown è una chiave universale: ti fa entrare dappertutto.

–         Cosa conoscevate di tale attività quando avete deciso di intraprenderla e cosa ha confermato le vostre conoscenze e quanto invece si è rivelato diverso dall’immaginario comune? 

Risposta unanime: a noi è stato confermato proprio tutto, non si va in cerca, tu vai mirato: vuoi fare il clown.

Tadala: li avevo già conosciuti, sapevo cosa facevano in reparto, in quanto volontaria ospedaliera, avevo già conosciuto i clown e presentai già altre due domande di ingresso, ero a Milano e l’avevo fatta lì, poi, non essendoci disponibilità di posti e per non perdermi questa occasione, ancor prima di scendere a Bari, presentai lì la mia domanda.

Malinkaja: per quanto mi riguarda nessuno mi parlò della propria esperienza nel mondo della clownterapia, un giorno mi trovai a parlare con un’amica e mi disse che voleva intraprendere questo cammino, le domandai cosa fosse e mi rispose “hai presente Patch Adams? Solo che lo fanno in Italia” , di lì, anche se in momenti diversi, iniziammo le nostre esperienze.   

Smemi: ci fu una giornata a scuola in cui si parlava di clownterapia, di diverse associazioni, io, forse essendo un po’ più piccola, come reazione pensai subito che fosse una cosa meravigliosa, che ci volesse un coraggio incredibile, a quel punto andai alla ricerca sul sito stesso pur rimanendo sempre titubante e domandandomi se ne fossi all’altezza, poi uscì la data del corso base e decisi che era il momento, che dovevo lanciarmi in quest’esperienza, avevo trovato quel coraggio. Grazie a questa attività comprendi che non hai visto tutto, che c’è ancora tanto da scoprire, ancora tanto di cui meravigliarsi.

–         In cosa consiste la vostra associazione? Da chi è costituita? Che tipo di impegno comporta farvi parte? Quali attività svolgete? Che tipo di requisiti bisogna avere per parteciparvi?

Tadala: il requisito fondamentale è innanzitutto avere un grande cuore, bisogna avere una predisposizione prima di tutto per fare il clown, perché sarà anche tutto bello, tutto favoloso, però ti metti in gioco e non in parte, ma completamente, quindi inizialmente la prima cosa a cui bisogna essere pronti è proprio a mettersi in gioco, perché essere clown di corsia non è facile, significa impersonare un altro personaggio nella tua vita, ma non falso, quello vero, che ognuno cela dentro di sé, essere clown vuol dire non potersi nascondere dietro a nulla,  vuol dire essere predisposti ad aiutare gli altri, a rispettarli principalmente, capire che dietro a tutto ciò c’è gioco e rispetto, un grande rispetto per chi soffre e per i tuoi compagni. Bisogna essere pronti a condividere qualsiasi cosa, ad essere pronti a tutto quello che ci può capitare e a fidarsi di chi ci sta accanto o, quanto meno, ad arrivarci crescendo lungo questo percorso, in quanto in reparto la complicità e la fiducia sono tutto, non sempre si ha modo di parlare prima di entrarvi e ci si capisce con un semplice sguardo.       

La grande famiglia di Vip Bari è nata nel 2005 dal desiderio di alcuni ragazzi di portare i nasi rossi anche qui al sud essendo situati, prima di questo momento, solo nel settentrione. E’ nato come un sogno di questi ragazzi e poi si è ampliato nel tempo, siamo oggi ben cento clown che calcano le corsie degli ospedali ogni sabato e domenica: all’ospedale “Giovanni XXIII”, coprendo quasi tutti i reparti e al Policlinico al reparto di oncologia pediatrica. Abbiamo organizzato dei corsi anche nelle scuole.

Per far parte della grande famiglia di Vip non bisogna avere particolari qualifiche o titoli di studio, gli unici costi che richiede sono il pagamento del corso formativo svolto in tre giorni e il pagamento della quota associativa.         

Malinkaja: un clown non può dire no, devi fare tutto, anche se non lo sai fare devi trovare il modo di farlo,per poter dire che l’hai fatto, il come è relativo, ciò che conta è aver tentato.             

–         La clownterapia è un tipo di assistenza in ambito sanitario svolta in contesti di disagio sociale o fisico dunque in luoghi quali: ospedali, cse di riposo, case famiglia, orfanotrofi, centri diurni, centri di accoglienza ecc., contesti nei quali si entra in contatto con esperienze estremamente dolorose e con le emozioni e le sofferenze di quanti ne sono protagonisti, quali sentimenti smuovono in voi? Quanto, a fine giornata, di queste vite rimane nelle vostre? Quanto del “clown” rimane in voi?

Tadala: l’impatto che hai nel vedere in particolar modo un bambino che soffre, ma anche un anziano o un disabile, è forte, molto forte, però essere clown è anche questo: assorbire, in silenzio e ridere con le labbra, io dico sempre e lo dico anche a loro (si rivolge alle clown in formazione: Smemi e Malankaja): che essere clown vuol dire piangere tanto nel cuore, però sorridere con il volto, perché sennò questo noi non potremmo farlo. Per cui l’impatto è fortissimo, io a volte quando torno a casa piango, perché capita di affrontare situazioni estremamente dolorose, ma tu sei più forte della situazione, non ti puoi permettere in quel momento di soffrire o di piangere esternando il tuo dispiacere, perché sennò tu non riesci a dare quello che vuoi dare, non riesci a sollevare in quel momento quel bambino, quella mamma, perché noi molte volte siamo più di sostegno per le famiglie che per il bambino stesso. L’impatto dunque è indubbiamente forte, ma noi ci alleniamo proprio per prepararci a questo o all’eventuale rifiuto che possiamo ricevere dal paziente, perché questo si può rifiutare di ricevere il nostro sostegno, ma lo scopo del clown non è ottenere un sorriso, ma una reazione, di qualsiasi natura, anche un rifiuto, anche la rabbia, sono comunque una reazione, perché chi vive momenti di tale dolore può affrontarlo, a seconda della propria sensibilità, nei modi più diversi e a volte la rabbia e il rifiuto ne sono le conseguenze, ma non importa, ciò che conta è che reagisca perché reagire vuol dire lottare per vivere, voler vivere, ancora.      

Quando si svolge il turno, non ci si sofferma su ogni parola, gesto o situazione perché si è ovviamente presi dall’attività, ci si concentra su che fare, sui propri compagni, bisogna innanzitutto condividere ed ascoltare, quindi troppo impegnati per soffermarci. Al termine dei turni, di ogni turno, abbiamo un momento di condivisione per esprimere, per chi vuole esprimere, perché ci si può anche astenere in quanto magari ancora troppo scossi, le emozioni provate, è il nostro primo sfogo. Quando rientro a casa dico sempre ai miei familiari di lasciarmi dieci minuti, per metabolizzare le esperienze vissute in quel turno, mi siedo in silenzio e rivivo ogni attimo: i bambini, la sofferenza, mando via tutte le cose brutte chiudendole, archiviandole in una parte del mio cuore e conservo solo le cose belle, per stare bene e poter affrontare il turno successivo, perché diversamente non potrei proseguire questo percorso perché satura di tristezza e di dolore. Questo è l’equilibrio che io ho individuato nel mio cammino: dissocio il bello, le gioie,dalla sofferenza. Dopo quattro, cinque mesi, mi risale tutto il dolore, a quel punto non lo chiudo in me stessa, a quel punto piango e solo allora sono pronta ad affrontare altri quattro,cinque mesi, sono pronta a ricominciare. Perché non ti puoi nutrire di dolore, o non puoi più ridere alla sofferenza.        

Smemi: io prima del mio primo turno in oncologia, ne ho fatti altri in ospedale, in neurologia, è sempre doloroso ma è diverso, la sofferenza è meno evidente e non sempre è così estrema, in oncologia, invece, il dolore segna i volti e i corpi, non puoi non vederlo. Decisi di inaugurare i miei turni in oncologia prima di Natale, precisamente il 22 dicembre 2014 e non casualmente, volevo mi rimanesse qualcosa da quella esperienza. Il mio principale augurio era quello di portare un po’ di sollievo in un periodo dell’anno, per chi soffre, così particolare. Giunta al secondo piano era quasi un livello, come quando nei videogiochi superi i livelli precedenti ed accedi a quelli superiori, a quelli più difficili. C’è stato un momento in cui mi sono bloccata perché era come se avessi realizzato il passo che stavo per compiere, che avrei incontrato quei volti e il loro dolore di cui tanto se ne parla, ma incontrarli è decisamente diverso. Non hai neanche il tempo, in realtà, di pensare troppo, perché tu entri, hai questo impatto, io mi sono irrigidita attimi poi, come sempre nella nostra grande famiglia, grazie al sostegno di chi condivide con te in reparto il turno superi i tuoi timori ed entri subito in contatto dimenticandoti di tutto il resto, del contorno, perché a quel punto tu sei lì per loro e non hai di certo il tempo di pensarci più di tanto perché per te in quel momento sono dei bambini con cui devi giocare e farli ridere, non pensi alle loro condizioni, non li pensi più in ospedale, diventano i personaggi della storia che creiamo per loro. L’impatto è indubbiamente agghiacciante, però è solo una questione di pochi attimi, si crea subito sinergia e dimentichi, per un istante, di essere lì, in quel reparto,diventi il personaggio della tua storia. Al rientro a casa ovviamente un po’ ci pensi magari ti dici “io li ho lasciati lì”.

Al termine di ogni turno, come ha anticipato Tadala, c’è questo cerchio della condivisione per esternare le emozioni provate, ma io, personalmente, dico poco o nulla perché è troppo presto per metabolizzare quello che hai provato, neanche lo sai quello che hai provato, è troppo presto, io ho bisogno di più tempo per realizzare, nemmeno la sera riesco a soffermarmi su ciò che ho provato e quindi cerco di mantenermi il più impegnata possibile, mi fermo un attimo ma non appena mi rendo conto che mi sto soffermando troppo torno a tenermi indaffarata, anche se poi mi sono resa conto che comunque mi rimangono dentro queste emozioni e quindi sto cercando di imparare ad esternarle.   

Malankaja: io ho fatto solo il mio primo turno e, ovviamente, non ho voluto rompere il ghiaccio dall’impatto più difficile da affrontare, però per quella che è stata la mia esperienza effettivamente, come diceva la stessa Smemi, quando entri in reparto tutti quei mille dubbi che ti assillavano in precedenza si annullano: appena sei lì, non sei più tu, non c’è più l’ “io persona” ma l’ “io clown”. Una volta entrata nel reparto,è come se fossi sempre stata lì, come se quello fosse il mio posto e tutto il resto non esistesse, sono per me tutti bambini in quel momento, ognuno con le proprie diversità.

A conclusione del mio primo turno come reazione sono rimasta in silenzio, poi non appena c’è stato il cerchio della condivisione, ero come un fiume in piena. Una volta rientrata a casa è naturale ripensare al turno e non penso tanto a ciò che ho detto o ho fatto, ma ricordo tutti gli sguardi o i movimenti dei bambini con i quali mi sono relazionata.

–         Il “clown dottore” o “clown di corsia” è un operatore specificamente formato, in particolar modo nel nostro Paese la formazione va da un minimo di 150 ore a master universitari, dunque non un semplice hobby ma un vero e proprio impegno, a quale tipo di sacrifici deve essere consapevole di andare incontro chi decide di intraprendere il percorso della clownterapia?  

Smemi: richiede impegno in quanto sono previsti ed obbligatori se si vuole accedere al turno in ospedale, due allenamenti al mese,è sì sicuramente un impegno anche se nessuno di noi lo vive così in realtà, richiedendo una disponibilità non eccessiva (una o due volte al mese per allenarsi si riescono a conciliare e una domenica o una sabato per il turno si possono fare), diviene poi più che altro un’esigenza, è ormai parte di noi e delle nostre vite.

Malankaja: per me la stessa cosa, non ha mai rappresentato un impegno, il tempo lo trovo per farlo e anche se dovesse capitare che non riesco a trovarlo, non succede nulla.

Tadala: è un’attività che ti gestisci tu, quindi come hanno anticipato loro, non l’ho mai vissuto come un impegno ma semmai una necessità, una passione, un piacere, per le ragioni anticipate da Smemi (due allenamenti obbligatori al mese per avere diritto ad eccedere al turno in ospedale, perché se si saltano più di tre allenamenti vanno recuperati in quanto il feeling, che è fondamentale  fondamentale con i compagni, si è interrotto) non è un impegno così insostenibile, magari può diventare più assiduo quando vi sono degli extra come questa intervista o altre attività, però anche in questo caso ci si gestisce in base alle disponibilità di tutti, niente è obbligatorio, tutto è volontario.

–         Quanto di questa attività vi ha cambiato e donato e quanto pensate di aver donato e cambiato le esperienze di coloro che avete fatto ridere nel dolore?

Tadala: io penso di aver donato un po’ di fiducia e di felicità alle persone che ho incontrato e c’è stato un episodio, in particolar modo, che mel’ha confermato: in oncologia c’era un ragazzo con handicap gravissimi e la prima volta che lo incontrai era molto triste, non parlava e non poteva nemmeno farlo a causa delle sue gravi condizioni. Nacque immediatamente un feeling fra me e questo ragazzo che mi designò come sua fidanzata ed io stavo allo scherzo giocando con la mamma del giovane chiamandola suocera. Il ragazzo anche se non riusciva a parlare, comunicava con me attraverso lo sguardo. La mamma scherzando, definendoci noi fidanzati ci domandò quando ci saremmo sposati, il ragazzo, che prese consapevolezza della sua malattia, rispose “fidanzati tutta la vita, sposati mai” e mi rivolse un sorriso bellissimo, io ero per lui quello che probabilmente non avrebbe mai potuto avere: una fidanzata e questo mi ha resa felice e mi ha donato immenso amore. Io so che per quel ragazzo ero una speranza, aspettava che andassi in reparto la domenica. Questo è quello che doniamo: una speranza.

Grazie a questa esperienza io nella mia vita ho cambiato molte cose, anzitutto ho imparato a dare valore a quel che realmente conta e a non darmi pena per le sciocchezze che quotidianamente lamentiamo e che molte volte sono piccolezze, che bisogna essere positivi e che ogni mattina, quando apriamo gli occhi, abbiamo già di che gioire e ringraziare, perché c’è chi non può più farlo o non più come prima, quindi ho imparato ad accettare tutto della mia vita e ad essere felice.

Smemi: ciò che mi ha cambiata mi sta cambiando di questo percorso è il modo in cui guardo e vivo la vita, imparando a viverla completamente razionalizzando e ridimensionando quelli che per me prima erano ostacoli insormontabili o motivo di pena come ad esempio l’università, rendendomi consapevole di quanto ogni giorno siamo fortunati e mi sta insegnando a dare fiducia agli altri ed è stupendo perché anche se pensiamo di farlo costantemente in realtà molte volte scopriamo e capiamo di non farlo affatto. Mi sta insegnando oltretutto quest’esperienza ad aprirmi e a conoscere gli altri.

Malinkaja: per quanto mi riguarda è ancora troppo presto per poter fare un bilancio di quanto mi ha donato e quanto mi ha cambiata quest’esperienza e quanto io ho donato e cambiato le vite di chi ho incontrato, però io la penso come Smemi e Tadala e cioè il dono più grande che questa esperienza ti fa è un nuovo modo di guardare e vivere la vita, più pieno, più completo e ci insegna a dare il giusto peso agli ostacoli che quotidianamente incontriamo. Come tutti ovviamente ho i miei momenti di sconforto ma pi mi ricordo di Vip (vivere in positivo), di questa grande famiglia e che sono un clown e non devo abbattermi e quindi mi rialzo e vedo le cose in modo diverso.

–         Che emozione, ammesso le parole possano descriverla, provate nel vedere spuntare un sorriso su un volto segnato dal dolore?

Tadala: che quello che facciamo è giusto e che dobbiamo avere sempre più forza per andare avanti.

Malinkaja: ti fa sentire bene perché sai che sta sorridendo perché tu l’hai fatto sorridere.

Smemi: ti fa tornare la voglia di iscriverti al turno successivo.  

 Fondamentale è sottolineare che i clown di Vip non richiedono soldi per  le strade e che il fenomeno di quanti si spacciano per loro è una TRUFFA, i clown Vip hanno un camice di origine controllata riconoscibile dal collo rosso, le maniche rigate una gialla ed una verde con scritto “Vip Italia” .

I clown di Vip Bari vi attendono in piazza del Ferrarese il 31 maggio 2015 nella giornata del GNR “giornata del naso rosso” (svolta in Italia nel mese di maggio e quest’anno per Vip Bari, impegnata nelle elezioni, cadrà in data 31 maggio anziché 17 maggio come in tutto il resto d’Italia)  unico momento dell’anno in cui scendono in piazza per farsi conoscere e far conoscere le attività da loro svolte a quanti se ne vogliano approcciare  e con lo scopo di raccogliere fondi tramite donazioni assolutamente libere. Giornata nella quale saranno organizzate attività, giochi e saranno allestiti gazebi, con lo scopo di portare il sorriso.   

clown Vip Bari

 

 Link utili per saperne di più su Vip Bari: 

https://www.facebook.com/vipbarionlusicoloridelsud?fref=ts

  http://www.clownterapia-bari.org/                 

 

 

 

 

 

Una mimosa per tutto l’anno

L’articolo è pubblicato anche sul sito di SFERO Onlus.

Oggi, 8 marzo, si festeggia quella che è la ricorrenza nota sotto il nome di “festa della donna” o “giornata internazionale della donna”, sorta con lo scopo di ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le discriminazioni e le violenze cui sono ancora oggetto.

Questa giornata  si è tenuta per la prima volta negli Stati Uniti nel 1909, in alcuni paesi europei nel 1911 e in Italia nel 1922, dove si svolge ancora oggi. Nel tempo si è erroneamente diffusa la leggenda che la giornata dell’8 marzo fosse stata istituita appositamente per ricordare la morte di centinaia di operaie nel rogo di una inesistente fabbrica di camicie Cotton o Cottons avvenuto nel 1908 a New York, facendo probabilmente confusione con una tragedia realmente verificatasi in quella città il 25 marzo 1911, l’incendio della fabbrica Triangle, nella quale morirono 146 lavoratori (123 donne e 23 uomini).

Nel tempo questa festività è stata fuorviata nel suo reale intento, banalizzata dalle stesse donne nelle indegne modalità di festeggiamento. Non è casuale la scelta di affrontare questa tematica proprio in tale ricorrenza, credo esistano infiniti modi per celebrare questa giornata ed io ho scelto quello della riflessione.

Donna 365 giorniOgni anno, per un giorno all’anno (prestabilito), improvvisamente si festeggia il genere femminile: mariti, fidanzati, spasimanti, padri accorrono all’acquisto di un mazzo di mimose da regalare alle proprie donne, un gesto indubbiamente dolce ed apprezzabile. Non mi unirò al coro di quanti si indignano per un romantico gesto come questo, porrò semmai l’accento sull’importanza del non dimenticare le donne tutto il resto dell’anno. Non è il regalare una mimosa nella ricorrenza dell’8 marzo a portare con sé la mancanza di riguardo e di rispetto verso il genere femminile, ma è il ricordarsene solo in questa giornata.

Non scriverò su quanto gli uomini ci manchino di rispetto, perché non sono gli unici a farlo, siamo noi stesse in questa giornata festeggiando non i diritti che faticosamente ci siamo guadagnate, non la parità dei sessi che tanto quotidianamente reclamiamo, quanto la libertà di regredire prenotando tavoli nei locali dove organizzano spogliarelli per inchinarci, ancora una volta, di fronte a corpi maschili marmorei dando a quegli uomini che ci considerano solo come “femmine” il diritto di continuare a farlo. No, certo, non tutte le donne l’8 marzo decidono di calpestare in tal modo la propria dignità, così come ci sono uomini che non sono maschi, ci sono donne che non sono femmine, ma ci sono anche donne, che per quanto tali, non hanno l’opportunità di esprimersi nella loro essenza.

Donne che quotidianamente tra le mura domestiche, apparentemente innocue, subiscono costantemente violenze da parte dei loro mariti o conviventi, che vivono nel silenzio e nell’inverno di questi incessanti abusi, che si fanno forza per loro stesse e per i loro figli, donne che vivono all’ombra di queste tragedie invisibili, ma non per questo inesistenti.

Donne alle quali non è permesso nemmeno di trascorrere una serata con le amiche fra chiacchiere e confidenze in questo 8 marzo, perché non hanno alcun diritto, che ricevono dai loro stessi carnefici, un giorno prima causa delle loro sofferenze, mimose per festeggiare “la donna”, anziché il rispetto.

Donne spesse volte sole e smarrite che non sanno a chi rivolgersi per trovare sollievo in quell’immenso dolore e allora l’unica soluzione a questo male è l’informazione, a tale proposito ringrazio vivamente l’avvocato Raffaella Casamassima, presidente dell’associazioneNo More-Difesa Donna per l’importantissimo lavoro da lei svolto garantendo un servizio di primo ascolto per le donne e l’anonimato oltre che il rispetto della privacy.

La “tragedia di genere” affonda le sue radici nella nostra stessa cultura, il modo dunque per scalfire tale male è nell’iniziare, fin dall’educazione impartita dalle famiglie, a cambiare il modo di guardare e concepire la donna, oltre che il rendere sempre più noti i centri antiviolenza, strutture appositamente istituite a tutela di queste donne.

Il senso di questa giornata non è dunque l’astenersi dal divertimento o dal festeggiamento, ma il non banalizzare..buona festa della donna, tutto l’anno!

S.P.

Locandina NO MORE DIFESA DONNE

SFERO Onlus: Economia Etica, l’unica economia possibile

Serenella Policarpo, nonché fondatrice e curatrice di Culturandia, è responsabile della rassegna stampa   del sito di SFERO Onlus, per saperne di più leggete l’articolo, disponibile anche sul sito dell’associazione: articolo su SFERO Onlus

Logo SFERO Onlus

SFERO Onlus è un’associazione, se cerchiamo su un qualsiasi vocabolario italiano il lemma “associazione” troveremo, tra le possibili definizioni, “aggregazione di più persone per uno scopo comune” ed infatti la scelta di quanti si sono impegnati in questo progetto comune e sociale non è casuale, ovvero la sinergia ottenibile in più individui che si impegnano per perseguire un medesimo obiettivo, non è aspirabile dal singolo individuo.

Obiettivo di SFERO è quello di perseguire un’economia etica vale a dire un’economia volta al bene comune, non possiamo parlare di economia, effettivamente, quando questa si occupa del bene del singolo o di quello di pochi individui.

Interessante, infatti, in un panorama come quello odierno dove gli ingredienti predominanti sono l’individualismo, la crisi, la sfiducia del popolo italiano sempre più disoccupato e spento sul fronte di ogni iniziativa, sempre più denigrato dal punto di vista culturale e spinto al regresso, constatare ancora l’esistenza di iniziative come quella intrapresa da SFERO che appare come un barlume di speranza nella notte della crisi italiana, un’iniziativa volta a smuovere le coscienze degli individui ricordando loro che è uniti che si arriva lontani, che unendoci possiamo riaccendere questo panorama immerso nel buio dove l’individualismo e l’immobilità ci hanno condotti.

“S.F.E.R.O.” Onlus acronimo di: Solidarietà Forza Etica Rifugio Organizzazione, prende il suo nome dal termine usato dal filosofo greco Empedocle come equivalente di “sfera, globo” proprio a designare e porre l’accento sull’unità che si costituisce quando l’azione dell’Amore prevale su quella dell’odio, generando una situazione di pace, coesione, collaborazione, una sfera compatta e priva di scissioni al suo interno che dunque non contempla l’individualismo ma fa trionfare il bene comune.

Ecco la risposta del popolo italiano all’immobilismo del panorama lavorativo: la coesione, la collaborazione, la cura del prossimo e della propria comunità.

SFERO è un’organizzazione che lavora affinché i diritti umani, universali, indivisibili ed interdipendenti siano non solo riconosciuti e garantiti ma anche effettivamente goduti, scopo infatti precipuo dell’associazione è il miglioramento delle condizioni di vita di quanti sono meno fortunati di noi, intervenendo concretamente allo scioglimento di tali problematiche offrendo servizi quali: consulenza in materia di diritti civili, sociali, del cittadino nonché di recepimento del disagio subito, volti a sopperire allo stento generato dalla mancanza di opportunità lavorativa e, dunque, alla conseguente assenza o carenza di risorse economiche.

SFERO è un’associazione attiva in favore, soprattutto, di persone svantaggiate in ragione di condizioni fisiche, psichiche, economiche, sociali o familiari, dunque di quanti sono oggi ai margini della società, di quanti non hanno voce pur manifestando le difficoltà da loro incontrate, continuamente denunciate, in particolar modo dai mass media ma che, nonostante tutto, non trovano sollievo. 

E’ dunque nella parola “rifugio”, che incontriamo nell’acronimo del nome dell’associazione, che ci rispecchiamo riscontrando in essa il riparo da quello che è oggi un panorama che ci fa sentire abbandonati e in balia del nostro stesso destino.

E’ fondamentale ricordare che SFERO è un’associazione NON lucrativa e che dunque tutto il lavoro svolto è VOLONTARIO, le risorse economiche necessarie per garantirne la sopravvivenza e permettere, allo stesso tempo, la promozione di ulteriori iniziative e il raggiungimento degli obiettivi di base sono ricavate dall’autofinanziamento ed inoltre si avvale anche dell’organizzazione di convegni ed altri eventi oltre che, forse prossimamente, del 5 per mille per permettere, a quanti ne siano interessati, di partecipare con le proprie risorse ad aiutare i soggetti sensibili a questa organizzazione.

Per tutte queste ragioni e per poter usufruire dei benefici proposti dall’associazione, è utile iscriversi a SFERO, l’iscrizione è effettuabile online, oppure cartacea effettuandola personalmente e comporta il versamento della quota associativa annuale.

SFERO è un’associazione aperta a tutti senza distinzione di razza, di sesso o di altra natura e attende chiunque voglia abbracciare i valori e gli obiettivi sopra spiegati garantendo impegno e dedizione, la società è un’ “associazione di persone che collaborano tra loro per il raggiungimento di un fine comune”, la facciamo e miglioriamo INSIEME!

S.P.

Tragedia invisibile: la violenza di genere

Ieri, 28 novembre 2014, presso Cassano delle Murge (BA) si è tenuto il convegno sulla violenza di genere, organizzato dall’A.P.S. No more-difesa donna in collaborazione con il Melograno.

Evento moderato dall’Avvocata Raffaella Casamassima nonché presidentessa dell’associazione No more-difesa donne, con l’intervento della Dott.ssa Giulia Sannolla Funzionaria Welfare Regione Puglia, del Dott. Ubaldo Pagano Coordinatore ambito territoriale Sociale di Grumo Appula e della Dott.ssa Ivana Canevari Assistente sociale del Centro Antiviolenza il Melograno dell’ambito territoriale Conversano, Polignano, Monopoli.

CONVEGNO

Ospiti dell’evento il sindaco di Cassano delle Murge Vito Domenico Lionetti e Rosamaria Scorese, con la sua toccante testimonianza sulla sorella vittima di femminicidio Santa Scorese.

L’evento ha avuto luogo nella sala consiliare del comune di Cassano delle Murge.

Tematica centrale la violenza di genere, quando parliamo di “violenza di genere” ci riferiamo alla violenza contro le donne, interesse del convegno era svelarne le cause, individuare i mezzi per contrarla e sensibilizzare gli individui ad un tema fin troppo spesso sottovalutato.

<<Non si esce dalla violenza se non si fa un salto culturale>>,  queste le parole del suggestivo intervento della Dott.ssa Sannolla, che fa luce su uno dei punti più deboli della nostra società, parole come “cronaca rosa”, “violenza”, “vittima”, “sesso debole”, sono all’ordine del giorno, basta accendere la televisione su di un telegiornale per esserne subito inondati, “no more” come l’associazione ha voluto significativamente chiamarsi, vuol dire “mai più”, eppure accade ancora fin troppo spesso.  

La violenza è un fatto strutturale, è insito nella nostra cultura, si sviluppa nelle mura domestiche perché la nostra cultura si basa sulla differenza dei generi, non è solo una malattia sociale, ma è anche una malattia del settore sanitario, delle politiche attive di lavoro. Spesse volte le donne uscite dal tunnel della violenza si ritrovano smarrite senza strutture alle quali poter fare riferimento, soprattutto se in questa lotta hanno visto le loro famiglie voltare loro le spalle, la violenza è un problema di tutti, fin troppo ancora sotterrato dall’omertà, dalla disorganizzazione degli enti di riferimenti o, peggio ancora, dalla loro assenza nel territorio.

La violenza va combattuta fin dall’infanzia, tra gli stessi banchi di scuola, è un dovere di tutte le figure educative.

Un problema scottante e fondamentale riguarda la corretta formazione delle figure che si trovano a lavorare con la violenza e con donne spaventate e madri, per effettuare una corretta valutazione del rischio quando queste donne giungono a chiedere aiuto, bisogna fornire loro protezione e guidarle prudentemente nell’allontanamento dal covo del maltrattamento.

Il fenomeno della violenza ha un andamento ciclico: sorge la discussione, la donna è più abile nel parlare oppure non ha intenzione di cedere, l’uomo sente che sta perdendo il controllo sulla donna, la violenza fisica è una conseguenza della perdita di controllo e lo conduce a ritrovarlo sulla situazione e sulla donna stessa, la fase che ne segue è la cosiddetta “fase della luna di miele” in cui l’uomo, colto dai sensi di colpa, dalla vergogna e dal pentimento, fa false promesse ovvero promette che non lo farà più, seguono sorprese e regali, ma questo è un breve periodo prima che il fenomeno si ripresenti.

La prima rivoluzione culturale deve avvenire nel nostro linguaggio, il CAV, infatti, si fa promotore a livello regionale dell’eliminazione del termine “abuso”, che in italiano vuol dire eccedere in un qualcosa che è lecito, la violenza in ogni quantità e in ogni forma non è mai lecita, dunque non utilizzeremo più il termine abuso ma “maltrattamento” o “violenza”, per indicarne il categorico rifiuto.

Fondamentale nello scenario di un maltrattamento quotidiano è non dimenticare gli “spettatori”, ovvero i figli, vittima di una violenza assistita verso una persona da loro amata, che giorno dopo giorno fa maturare in loro un disagio e non di rado diventano adulti che emulano le azioni un tempo assistite. Donne forti ma anche svuotate e stanche, che non sempre hanno le energie per tutelare i loro figli, spesse volte queste violenze vengono compiute dietro il silenzio di una porta relativamente distante all’interno della casa, credendo che questo basti a renderli ignari di quello scempio, ma non è così. Donne che giorno dopo giorno al fianco dei loro figli si sentono incapaci di guardarli per il dolore del non riuscire, del non poterli proteggere, i figli sentono, chiusi nel loro silenzio, direttamente l’effetto di quelle violenze sulla madre.

Fondamentale è non consigliare alle donne che riescono a chiedere aiuto e che vogliono allontanarsi dal maltrattamento, la separazione consensuale o la mediazione familiare, perché questo vorrebbe dire NON ammettere la violenza, essere complici di quella violenza, lo scopo degli enti di riferimento è dare a queste donne dei consigli e prospettare i rischi, ma la decisione finale spetta a loro.

Toccante ed incredibilmente emozionante è stato l’incontro con Rosamaria Scorese, che ha portato con sé la testimonianza della tragica vicenda vissuta dalla sorella, Santa Scorese, una giovane ragazza vittima del fenomeno oggi noto come stalking.

Santa Scorese è morta ventitreenne per mano di uno stalker affetto da problemi psichiatrici il 15 marzo del 1991.

La storia di Santa è la storia straordinariamente ordinaria di una giovane ragazza dai grandi sogni, dall’animo allegro e fortemente altruista, amica di tutti, unita indissolubilmente alla sorella (maggiore rispetto a lei di quattro anni) ed incredibilmente credente.  

Santa sognava di fare il medico, credeva fortemente nei suoi sogni ed infatti tassello dopo tassello li stava realizzando, frequentò il liceo classico a Bari e terminato il liceo si iscrisse a medicina che lasciò per intraprendere gli studi pedagogici.

La storia di Santa incontra il suo dramma proprio calcando quelle vie che la conducevano in Facoltà o in chiesa, luogo da lei tanto amato, infatti fu proprio recandosi presso la cattedrale di Bari che si accorse di essere seguita, Santa accelerò il passo e giunse in chiesa, dove il parroco, a lei molto affezionato, la mise in guardia su quello strano individuo che tempo fa la chiesa stessa allontanò per i medesimi rischi, ma da quel momento Santa quell’individuo l’avrebbe incontrato molto spesso.

La famiglia della giovane ragazza l’accompagnava ormai ovunque senza lasciarla mai sola, fu solo una sera, in uno dei tanti incontri della catechesi giovanile alla quale Santa prendeva parte che, nel rientro, dopo gli innumerevoli inviti degli amici nel riaccompagnarla, Santa che aveva la macchina a soli due gradini dalla chiesa, non lo reputò necessario, ma purtroppo quella sera, Giuseppe, il suo aggressore, non si fece attendere, l’aggredì e sotto casa della ragazza citofonò alla famiglia, che sempre all’erta, avvertì il pericolo, ma quando si affacciarono dal balcone purtroppo fecero in tempo solo ad assistere all’assassinio della figlia. La madre si precipitò per medicarla dalle coltellate insieme al padre in preda alla disperazione, ma purtroppo per Santa non vi fu più nulla da fare una volta giunta in rianimazione.  

Santa come ultime parole pronunciò: “Sappi che qualunque cosa mi succeda….io ho scelto Dio!” 

La famiglia di Santa aveva esposto innumerevoli denunce vane, aveva invitato la famiglia dell’aggressore, consapevole dei disturbi psichiatrici del figlio, infinite volte a provvedere ad aiutarlo, ricevendo come risposta di fornire loro gli orari ed i giorni delle lezioni di Santa, così da impedirgli di uscire in quei momenti, invito ragionevolmente rifiutato dalla famiglia della ragazza. Santa non si era mai arresa ed ha lottato pur consapevole si scontrarsi contro un muro certo.

Santa nella sua giovane vita si era dedicata agli altri, non solo per predisposizione caratteriale, ma anche per una forte vocazione che nutriva ma che ancora stava cercando di comprendere. Oggi Santa è in processo di beatificazione, anche se la sorella, Rosamaria, faceva comprendere, giustamente, che ottenere una giustizia ultraterrena, non vanifica la necessità di quella terrena.

 La drammatica storia di Santa è una delle tante tragedie dipinte di rosa, ma è diversa da tutte le altre, che possa questa storia di denuncia essere un barlume di luce nel buio della violenza, un urlo per tutte quelle violenze taciute, che stimoli tutte quelle donne che vivono questa terribile situazione di difficoltà a chiedere aiuto, a non vivere in una condizione di dipendenza, a riconoscere le qualità che possiedono e la forza insita in loro.

La violenza è, oggi più che mai, all’ordine del giorno, sempre più facilmente reperibile dietro strumenti apparentemente innocui, come internet, luogo dalle false identità dove celarsi con profili fittizi è elementare. Strumenti accessibili a chiunque a tutte le età, basta girare sul web per vedere le reti inondate di foto d’ogni genere, strumenti adulti, potentissimi, usati per gioco ma tante volte nel gioco si incontra il pericolo, si pensi a quante conoscenze si fanno tramite internet, un’azione ormai quasi di prassi nella sua pericolosità, senza sapere chi stiamo andando realmente a conoscere, un salto nel vuoto che spesso termina nella violenza. Internet è uno strumento potentissimo che può usare chiunque e le famiglie non possono e non devono rimanere insensibili a questa tematica: occorre che seguano i figli, che li indirizzino verso l’uso più corretto di questi strumenti e a non fidarsi di tutto quello che vi leggono.

Ringrazio l’associazione No more-difesa donna per il lavoro che svolge, per il sostegno che offre, per l’informazione e ringrazio vivamente Rosamaria Scorese per la sua toccante testimonianza, per raccontarla, per farla conoscere, per la lotta che compie quotidianamente, per l’informazione che offre a tutte quelle donne che, come sua sorella, vivono il dramma della violenza.

Che queste urla che squarciano il silenzio della violenza, diventino presto un coro, perché la violenza è un problema di tutti ed abbiamo tutti il dovere di unirci ed urlare per rompere l’omertà.

Per tutte le donne vittima di violenza eccovi i contatti dell’Associazione di Promozione Sociale No more-difesa donna, non restate in silenzio (offre servizio di primo ascolto GRATUITO):

Numero utile attivo 24h: 391.4278821

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/pages/No-More-Difesa-Donna/653350288050355?fref=ts

Intervista al pianista Angelo Nasuto

E’ con immenso piacere ed onore che mi ritrovo qui oggi con la magnifica opportunità di poter intervistare un pianista già affermato nel panorama musicale con esperienze di livello internazionale, ringrazio infatti Angelo Nasuto per la stima e la disponibilità dimostratami e per la preziosa opportunità concessa a Culturandia.IMG_4102

Angelo Nasuto è nato a Foggia il 21 marzo del 1993, diplomato in pianoforte con il voto di 10 Lode e Menzione Speciale, presso il Conservatorio “Niccolò Piccinni” di Bari, sotto la guida del Maestro Cinzia Falco.

Diversi sono i premi ed i primi premi assoluti da lui ottenuti in alcuni concorsi, quali: “Domenico Sarro” di Trani, “Fiori Musicali”,rassegna musicale “A.Gi.Mus” a Foggia, rassegna “Giovani Talenti” del Lions Club San Marco in Lamis, “Città di Grottaglie” e 1° Internetional Harpsichord Competition “Wanda Landowska” (primo premio assoluto), ottenendo anche il premio speciale quale migliore esecuzione di un Clavicembalista Straniero.
Nel suo esteso curriculum, oltre allo studio dell’Organo e della Composizione Organistica con il M° Luca Scandali e il M° Francesco Di Lernia, fra le tante tappe fondamentali ed i vari successi, riscontriamo nel 2013 la sua partecipazione per il Bari International Music Festival (BIMF, evento precedentemente recensito da Culturandia), dove ha avuto l’opportunità di perfezionarsi con grandi Maestri del panorama musicale, quali: Sang Woo Kang, Aura Go, David Fung, ottenendo oltretutto il “Prize BIMF 2013”, che lo ha condotto ad essere invitato come Artista Italiano nella Stagione del “BIMF 2014”.
Intraprende studi di Direzione D’Orchestra con il Maestro Ovidiu Balan dirigendo l’Orchestra Filarmonica di Bacau e nell’attività musicale vanta di esibizioni in importanti teatri e realtà musicali tra cui la Basilica di San Pietro a Roma.
Tra le altre note biografiche che lo contraddistinguono, realizza anche concerti in formazione da camera con importanti artisti tra i quali il Violoncellista Jonah Kim e la Violinista Liya Petrova.
Pianista tanto quanto studente presso l’Università degli studi di Foggia iscritto al corso di laurea in Lettere moderne.
Vi auguro una buona lettura!

– Quando è nata la tua passione per la musica e, nello specifico, per il pianoforte? E’ una passione sorta autonomamente o stimolata dall’ambiente nel quale hai vissuto?
Non sono nato in una famiglia di musicisti, ma la musica è sempre stata al centro della mia vita e di quella della mia famiglia. Mia madre e mio padre hanno sempre ascoltato musica di qualsiasi genere e questo mi ha immerso in un mondo particolare e del tutto nuovo. La passione per il pianoforte è nata quando, da piccolo, ascoltai per la prima volta il disco delle Variazioni Goldberg di Bach del pianista Glenn Gould…da quel momento capii che il pianoforte e la musica sarebbero entrati per sempre nella mia vita.

– Chi, come te, fa della musica una scelta di vita, può vivere come un “ostacolo”, come un “peso”, l’essere assorbito completamente nell’arduo percorso che è la vita di un pianista? A quali rinunce ti ha “costretto”? E, soprattutto, le hai vissute come tali?
Senza dubbio lo studio “serio” del pianoforte implica un dispendio di forze, energia e tempo considerevoli per poter raggiungere determinati risultati e superare i propri limiti. Nonostante le numerose ore impiegate nello studio della musica, non ho mai avvertito il senso della rinuncia a parti della mia vita, probabilmente perché sono sempre riuscito a gestire bene il mio tempo…soprattutto quando frequentavo il liceo e il conservatorio contemporaneamente. Il fare musica non è solo, come intuitivamente molta gente pensa, passare ore e ore al pianoforte o al proprio strumento di competenza esercitandosi meccanicamente; si tratta di un qualcosa di più profondo che ti coinvolge a 360 gradi in ogni cosa che fai. La musica è anche e, soprattutto, riflessione e ricerca continua. Io personalmente prediligo molto l’aspetto mentale della musica, il fatto di poter fare e studiare musica nella propria testa… lo faccio in treno, durante i viaggi, passeggiando per strada, indipendentemente dalla presenza o meno dello strumento. Questo mi porta a non avere grosse rinunce in termini di vita sociale.

– Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di essere un giovane ragazzo, uno studente universitario ed, allo stesso tempo, un pianista?
Credo che dipenda molto dai punti di vista delle persone. Io credo fermamente che il dedicare la propria vita ad un’arte che sia la Musica come la Pittura, la Danza, il Cinema ecc. , soprattutto in giovane età, possa dare a se stessi degli strumenti per vedere e interpretare la realtà in maniera del tutto nuova e, di conseguenza, vivere la vita in maniera diversa. Ovviamente implica un grande dispendio di energie e di tempo, un tempo che ripaga, però, un artista nel proprio presente e nel proprio futuro.

– Quali emozioni, ammesso che le parole siano in grado di descriverle, provi quando suoni?
Hai ragione, le parole non sono in grado di descriverle totalmente, ma credo che possano darne un’idea. Ogni volta che suono provo sempre qualcosa di nuovo e di meravigliosamente unico. Do molta importanza al contatto con il pubblico: il sapere ed il percepire che c’è qualcuno che mi ascolta, che comprende ciò che sto suonando e che si emoziona. La musica senza il pubblico non avrebbe ragione di esistere, in quanto nasce per essere ascoltata, dunque riprodotta a tale fine e, credo, sia molto importante lavorare sull’aspetto del mio rapporto con il pubblico.

– Quali delle esperienze da te vissute fino ad ora ti hanno emozionato di più? E perché?
Difficile stabilire in qualche modo una graduatoria…Il fatto di aver suonato a San Pietro a Roma mi ha profondamente segnato da un punto di vista sia umano che artistico; il poter suonare in luoghi che hanno fatto la storia mi hanno reso partecipe interiormente della storia stessa e fatto provare emozioni uniche. Allo stesso tempo l’aver diretto l’Orchestra Filarmonica di Bacau nella Seconda Sinfonia di Beethoven mi ha aperto gli occhi verso un mondo del tutto nuovo. Il passare dal suonare il proprio strumento al dirigere 70 musicisti oltre che farmi provare emozioni forti, mi ha dato la conferma che la musica non è solo il suonare per se stessi ma il suonare per gli altri e con gli altri, un mezzo molto forte per abbattere le barriere tra gli uomini, in un mondo ormai sempre più caratterizzato dall’egoismo e dall’egocentrismo…e questo perché la Musica è un linguaggio universale che unisce e non separa.

– Quali qualità occorrono per portare a termine un percorso del genere? Cosa consigli, con l’esperienza di oggi, a chi come te nutre questa passione?
Innanzitutto l’elemento indispensabile è la voglia di fare musica e di essere completamente immersi in essa stessa; in pratica di rendere la Musica la propria vita. Il percorso del musicista è pieno di ostacoli e difficoltà da superare e, in mancanza di grande forza di volontà e passione, può diventare davvero difficile perseguirlo. Come dice Aldo Ciccolini :” la Musica è fatta per i cocciuti…”. Le doti come una buona memoria e una predisposizione naturale alla tecnica pianistica di certo avvantaggiano il percorso di un musicista, ma la passione gioca un ruolo fondamentale. Consiglio a chiunque volesse intraprendere questa strada di imparare a conoscersi profondamente e di non cercare di copiare i grandi artisti…certamente apprendere il massimo da loro, ma in seguito di individuare e seguire la propria personalità e la propria originalità artistica.

– Cosa ha rappresentato per te l’esperienza del Bari International Music Festival e la conoscenza e la collaborazione con personalità quali Sang Woo Kang, Aura Go, David Fung, il Violoncellista Jonah Kim e la Violinista Liya Petrova?
E’ stato un traguardo molto importante per il mio percorso artistico. Attraverso la vittoria del “Prize BIMF 2013” ho avuto la possibilità di lavorare fianco a fianco con artisti di fama internazionale e di poter fare musica assieme a loro. Ho approfondito il mio repertorio solistico e da camera andando a perfezionare il mio livello artistico e ho stretto amicizie professionali molto importanti per me e la mia carriera.

– Quali affinità e differenze hai riscontrato nell’approccio nei confronti della musica nel territorio pugliese rispetto ad altre località geografiche?
L’Italia è una terra di Artisti…non di calciatori. Il nostro Paese ha in sé un potenziale artistico senza dubbio fuori dal comune e, certamente, invidiabile dalle altre realtà. Purtroppo questo potenziale, e lo noto con profondo dispiacere, viene sempre meno compreso e indirizzato verso una totale e perfetta crescita. Chi è al governo non ha ben compreso che è con l’arte e la cultura che l’Italia può risollevarsi e crescere. La Puglia possiede in sé grande artisticità, ma vedere teatri chiusi, sempre meno gente ai concerti, sempre meno possibilità di esibirsi e di esprimersi mi lasciano alquanto deluso ma, allo stesso tempo, speranzoso e voglioso di impegnarmi affinché la musica ritorni ad avere il ruolo e il prestigio che merita.

– So che stai scrivendo un libro, di che si tratta? Quali sono i tuoi progetti al momento e per il futuro?
Attualmente sono iscritto al Biennio specialistico di Pianoforte ad indirizzo solistico presso il Conservatorio di Bari con il M° Cinzia Falco. Contemporaneamente sto arricchendo il mio bagaglio artistico attraverso l’incontro con artisti come Pierluigi Camicia, Aldo Ciccolini, Vincenzo Maltempo e tanti altri…cerco in tutti i modi di apprendere il più possibile da questi grandi musicisti e di migliorare sempre più. Sto scrivendo un libro sul pianoforte e la metodologia pianistica, perché noto, in generale, molta attenzione, da parte dei musicisti, al “cosa fare” e non al “come fare” in fase di studio, un lavoro di lunga ricerca ed esperienza personale. Nei miei progetti c’è l’Accademia di Santa Cecilia a Roma e, sicuramente, uno sguardo al panorama estero. Al momento sono impegnato nel lavoro di alcune pubblicazioni editoriali riguardanti la musica.

Ringrazio ancora Angelo Nasuto per le sue preziose parole e per questa meravigliosa opportunità concessami, per averci illustrato il mondo della musica e per averci resi partecipi della sua passione. Con l’augurio che l’invito mosso dal giovane pianista,ovvero di riscoprire il valore ed il piacere dell’arte e della cultura che ci circondano e che possediamo, possa, tramite queste parole intrise di passione ed energia, risorgere in ognuno di noi.

Eccovi di seguito i link utili per poter seguire ed ascoltare Angelo Nasuto:

Pagina Facebook https://www.facebook.com/AngeloNasutoPianistAndOrganist?fref=ts

Canale YouTube  http://www.youtube.com/user/MrRach93

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